| Domenica 4 Febbraio 2001 |
di BEATRICE PICCHI
«Aho, il furgone qui all’incrocio lo devi spostare. Lo vedi che blocchi tutto
il traffico». «Ma io pago le tasse». E con questa confessione il proprietario
della bancarella di maglioni e pantaloni su piazza Vittorio, pensa di aver
ottenuto l’indulgenza per ogni tipo di infrazione. Tocca a Marco, uno dei
vigili urbani in servizio la mattina all’Esquilino, e poi ancora a Stefano,
convincere l’ambulante che il pagamento delle tasse non lo esenta dagli altri
doveri. Comunque, è stata più dura convincere l’indiano, quello che vende
fiori all’angolo con via Conte Verde, che il camioncino lo deve spostare
subito: «Ma mia moglie sta per partorire. Scarico questi vasi di terra e corro
all’ospedale». E sono soltanto le 11,30: il mercato è tutto in piedi, la
maggior parte dei furgoni deve ancora arrivare e ci sono solo dieci metri per il
carico e lo scarico delle merci, la doppia fila ha già occupato la metà delle
strade intorno alla piazza e i vigili sono due.
Così, mentre ognuno dice la sua - il vigile di quartiere o un sistema di
coordinamento interforze o la centrale unica - loro stanno lì, in quel pezzo di
città che per molti (residenti) non è più Roma, a fare multe, a controllare
bar e negozi, a insegnare agli stranieri come richiedere l’autorizzazione o
dove trovare un ambulatorio, a fare irruzioni nei locali, a conoscere storie e
leggende del quartiere. E quante volte Marco, faccia buona e barba spiritosa e
due milioni al mese senza straordinari, ha dovuto chiudere un occhio: «Questo
non è un quartiere come gli altri: se faccio la multa alla macchina di un
italiano, mi risponde che lui abita qui, e ha diritto a parcheggiare l’auto in
doppia fila perché al suo posto c’è andato un cinese». «Perché non
vogliamo gettare benzina sul fuoco: è facile multare, ma allora ne faremmo
cento al minuto, qui, in queste strade è indispensabile una mediazione». «Perché
se la strada sotto casa è sporca puntano il dito contro i nordafricani, alcuni
dei quali in realtà sono violenti. Poi scopri, però, che alcuni italiani non
sarebbero riusciti a vendere il loro appartamento, se non si fosse fatto avanti
un cinese».
Marco e Stefano, della pattuglia K10, e altri quindici vigili urbani, fanno
parte del coordinamento Esquilino, guidato dal comandante Antonio Di Maggio,
(quelle unità operative di settore che dovrebbero partire in tutte le altre
circoscrizioni). Un lavoro che qui, tra piazza Vittorio e la stazione Termini,
va avanti da un anno e mezzo: tanto, in un ambiente come questo, dove in dieci
giorni possono chiudere e cambiare merce due negozi, dove gli striscioni ai
palazzi raccontano di rabbia e di rassegnazione, dove l’integrazione è ancora
un sogno, dove i vigili chiudono un negozio di alimentari, gestito da cinesi,
perché vende merce con la data di scadenza contraffatta. Difficile spiegare e
convincere chi vive all’Esquilino che «l’ottanta per cento dei negozi ora
sono in regola». «Buongiorno, siamo venuti a prendere l’autorizzazione del
deposito che avete qui dietro, in via Rattazzi». E le due cinesi consegnano a
Marco e a Stefano la fotocopia, «routine negli ultimi mesi». Il giro è quasi
concluso e alle due del pomeriggio intorno alla piazza al posto dei furgoni
rimangono scatoloni e cassette vuote. «Ciao Rena’, freddo oggi. Meglio andare
a casa», lo salutano i due vigili. Renato, sessant’anni, l’ultimo fioraio
italiano della piazza accetta il consiglio e se ne va.